Mapping the studio

punta dogana 2

Mapping the studio

di Antonio Guiotto


Qualcuno ha visto bene di parlare del rapporto tra artista e collezionista e di conseguenza, come un numero progressivo, tra studio e collezione,  e sto parlando della mostra "Mapping the studio", ospitata tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana,  in mostra oltre 200 opere della Fondazione Pinault, dell’omonimo Francoise Pinault, e curata da Alison Gingeras e Francesco Bonami, i due curatori hanno selezionato, tra gli artisti della collezione, grandi esponenti dell’arte contemporanea degli ultimi quarant’anni, la maggior parte delle opere sono molto recenti e la scelta degli Italiani è limitata a qualche nome. Niente da dire, la collezione è molto variegata, e pare ci sia tutto, dal video, alla performance, pittura, scultura e installazione. Osservando pare che la nuova generazione, e forse non solo l’ultima, ma anche un po’ quella prima, insomma le ultime due generazioni, si siano distaccate dalle correnti, e perché, se negli anni ’60, ’70 e ’80 pareva innegabile che qualcosa prevaleva sul resto, come il concettualismo o l’arte povera o il pop, oggi pare che, nessun artista si preoccupi più se dipinge, se è figurativo, se astratto o scolpisce, e forse mi sento di poter dire che finalmente gli artisti si sentono liberi di esprimersi un po’ come gli pare e questo un po’ mi piace, ma non piace a molti, perché i posteri non potranno dare una definizione a questo; che considereranno un movimento, e quasi sicuramente sarà un “ismo” come tanti altri, ma ancora non riesco ad immaginare quale nome verrà coniato, e forse perché non ci penso poi tanto.
Come dicevo prima, i curatori un po’ per inventiva e un po’ sotto consiglio, hanno concepito la mostra, come un rapporto tra spazio-studio e spazio-collezione, e forse il tutto è percepibile solo nella presentazione del catalogo (Electa,  380 pagine, a soli 50 euro in mostra o 60 in libreria), perché nella mostra questo rapporto studio-collezione non si percepisce, o almeno io non l’ho percepito. Comunque sia, studio o no, vale la pena di andare a vederla, in una giornata si cammina per Venezia e si passa da Palazzo Grassi a Punta della Dogana e poi avanza del tempo per altro.
I nomi sono tanti e anche grossi, ci sono le immancabili star artist, come Jeff Koons, Bruce Nauman, o Cindy Sherman, poi Maurizio Cattelan, e Jake e Dinos Chapman, ma andiamo per gradi; non voglio passare in rassegna tutta la mostra artista per artista, ma farò come al solito, parlerò di ciò che mi è piaciuto di più e poi citerò il resto, oppure stilerò una lista e in quella farò delle digressioni, si ecco, farò così.
Jeff Koons penso sia tra i più quotati degli gli artisti della collezione, e in mostra sono presenti due lavori che potremo definire dei classici, come ad esempio il “busto borghese” un mezzo busto in marmo, che rappresenta lui e la sua ex moglio Ilona Staller (ai più conosciuta come “Cicciolina”) in procinto di baciarsi,una sorta di cavallo di battaglia di una artista che ha fatto del kich la sua firma, Sigmar Polke con quei dipinti dalle tinte scure e traslucide, tanto da rendere la tela semitrasparente, e nelle quali tele ogni tanto sono presenti delle figure riprese da illustrazioni di testi antichi, Rudolf Stingel è un Italiano altoatesino a cui piace giocare con le superfici, e se nella biennale del 2003 a Venezia, si era divertito ad immaginare che gli spettatori potessero interagire con le pareti monumentali di poliuretano espanso coperte di alluminio, in questa sede ha optato pe una serie di pannelli  modulari dal gusto barocco, assemblabili all’infinito, di Cindy Sherman è possibile ammirare un vecchio video del ’75 e una serie di nuove fotografie a colori, del suo nuovo classico gusto, in cui si traveste per interpretare altre persone e creare situazioni estranianti, Richard Prince ama due cose; le parole e le immagini, e spesso crea dei collage sui quali interviene pittoricamente e apponendo un testo, che molte volte richiama quanto si intravede prestando attenzione, ma per farvi capire l’eterogeneità della collezione, è presente uno degli astrattisti d’america del periodi di Jasper Johns e Rauschemberg, e cioè Cy Twombly con le sue tele monumentali, dalle pennellate aggressive e gestuali, altro grande del mercato mondiale, uno che ha saputo pare del suo nome un’indistria a tutti gli effetti è Takashi Muratami, con un opera monumentale che lascia senza fiato, un polittico che occupa tre delle quattro pareti di una sala enorme, un classico del pop giapponese, rivisitato, con quel gusto, in cui si intuisce un senso di degrado sociale, dove forma e contenuto sono la stessa cosa. Altro impressionante lavoro, quello dei fratelli inglesi Jake e Dinos Chapman, sia gli interventi sulle illustrazioni di Goya, della serie "Insult e Injuri", dove hanno midificato con interventi pittorici lievi ma visibili, il senso stesso dei disegni, con un approccio caricaturale che amplifica il significato stesso dell’opera originale, ma ancor più impressionante, le incredibili e minuziose sculture intitolate “Fucking Hell” in cui si mescola lo stile delle loro sculture riportato in piccole dimensioni e moltiplicate in migliaia di creature, immersi in paesaggi apocalittici  dove l’inferno è composto da nazisti e scheletri che si danno battaglia.
Il tema della morte pare essere caro a Pinault, infatti, Maurizio Cattelan, che con “All” ha dato prova di un mimetismo incredibile, l’opera è composta da una serie di salme a terra, in fila ricoperte da un lenzuolo bianco, ma nel momento in cui ci si avvicina per asservarle, ci si rende conte che sono completamente di marmo di Carrara bianco. Un lavoro che tanto sarebbe piaciuto al mio ex docente di Anatomia Artistica in Accademia, è quello di Matthew Day Jackson, il quale ha saputo creare un contrasto tra forma e colore, partendo dalla rappresentazione in resina, tridimensionale di un teschio, partendo da una piramide, e aggiungendo ad ogni passaggio altri lati e superfici, fino a raggiungere la forma fedele di un cranio umano, o della costruzione di scheletri, utilizzando diversi materiali e mescolando diversi studi di proporzione del corpo umano. Tra gli altri artisti presenti in mostra, non posso non citare Adel Abdessemed, Wilhelm Sasnal, Rachel Harrison, Mark Grotjahn, Richard Hughes, Nate Lowman, Mark Bradford, Gelitin, Kai Althoff e anche Lucio Fontana, e stranamente non con un classico taglio, ma con un altro “concetto spaziale”, uno di quelli con la tela forata in più punti. E poi vorrei citare Lee Lozano con un’erotica installazione, composta da disegni di particolari inguinali, inseriti in una stanza con la carta da parati nera su cui e sono segnati in bianco altri particolari dello stesso genere.
E se riuscirete a visitare la mostra entro il 6 Giugno 2010, avrete la fortuna di ammirare anche opere di Felix Gonzalez Torres, Mona Hatoum, Paul MacCarthy, Charles Ray, Glen Brown e Piotr Uklanski,  con un lavoro ironico e concettuale dal titolo “Disco Nazi” in cui si può danzare in una pista da ballo del tutto simile a quelle degli anni della Disco music, con le mattonelle illuminate e che cambiano colore e ritmo, sotto gli occhi attenti di 200 rappresentazioni di nazisti del cinema e del fumetto, e in fine quel video di Bruce Nauman, che da il nome alla mostra stessa, “Mapping the studio” appunto; in cui ha registrato con visore notturno, le attività del suo studio, durante le ore di buio e in alcuni momenti è possibile intravedere un forma che si muove velocemente, forse un gatto, ecco probabilmente in questo caso, il contatto a cui alludevano i curatori, studio-collezione, è palese, anche se lo stesso Bonami, in un’intervista dichiara che si tratta del rapporto tra i tre tipi di studio: quello dell’artista, non inteso solo come spazio fisico ma anche come spazio mentale, e successivamente quello del curatore, che cerca di decifrare gli intenti dell’artista e in fine quello del collezionista che a son di palanche interpreta quello del curatore e dell’artista, lasciando poi il visitatore a tracciare una mappa che intreccia i tre stadi sopra citati.
Ma la cosa più importante, è forse che, Il biglietto costa 20 euro per entrambe le mostre, altrimenti; 15 euro per ogni spazio.